Perché la tecnologia indossabile rimane ancora popolare non solo per l’uso regolare, ma anche per scopi sportivi professionali?

Esistono tecnologie che oggi ci appaiono fantascientifiche – e questo è sicuramente il caso della tecnologia indossabile. Il “wearable” è stato teorizzato da tanti studiosi che hanno descritto scenari futuribili di computer distribuiti, inseriti nei nostri vestiti. Ma fino a che punto questa tecnologia è davvero pratica e diffusa?

Il primo wearable ce l’abbiamo (ancora) al polso

Eh sì, stiamo parlando della prima tecnologia wearable del mondo: l’orologio da polso! Un vero esempio di tecnologia che va al di là degli stessi computer. L’orologio è passato prima dal taschino al polso, e poi si è sviluppato diventando un piccolo computer, come dimostrano i nostri smartwatch preferiti.

Un device che interagisce con noi andando a monitorare addirittura le nostre performance e stato di salute. Gli smartwatch sono diventati talmente popolari da essere considerati un vero e proprio oggetto del desiderio – quindi un’espressione di un gusto personale che va oltre alla loro stessa funzione di oggetto.  Ma ci sono ben altri campi dove l’utilizzo del wearable, unito alle possibilità offerte dai moderni mezzi informatici, si rivela fondamentale, ed è quello dell’utilizzo professionale in ambito sportivo.

Analizzare i dati per ottenere performance migliori

Gli americani dicono che “se fallisci di pianificare, pianifichi di fallire”, e una buona pianificazione dipende dall’analisi dei dati. I dati di una prestazione sportiva sono la chiave per ottenere performance migliori, e un bravo coach è uno stratega, e sa monitorare i dati e incrociarli fra loro per ottenere buone performance nel lungo periodo con un’ottima attendibilità.

Questo è lo stesso principio usato in molti altri campi, come quelli delle scommesse sportive online, tipo le quote sulla serie A. Gli scommettitori più esperti, grazie a un incrocio di dati sulle passate performance delle squadre, soprattutto negli scontri diretti, riescono a calcolare la possibilità di ottenere un risultato favorevole. E più dati riescono a raccogliere, più la loro analisi risulterà attendibile, così come le loro puntate.

Allo stesso modo, la tecnologia wearable consente di raccogliere i dati sull’atleta e le sue prestazioni – e allo stesso modo, grazie all’analisi di questa mole di dati, è in grado di supportare i coach per ottimizzare le loro prestazioni o per evitare il più possibile costosi infortuni.

I sensori wearable diventano più piccoli

Le prime versioni di questi sensori erano davvero ingombranti e poco pratici. Ecco perché l’innovazione ha dovuto attendere che la tecnologia si mettesse al passo.

I nuovi sensori che gli atleti indossano sono basati su un nuovo sistema e denominate IMU (unità di misurazione inerziale); questi sistemi vengono accoppiati con unità di controllo che permettono di monitorare in modo millimetrico non solo la velocità, ma anche lo spostamento in un certo arco in un certo periodo di tempo.

In questo modo è possibile registrare le performance dell’atleta, ed evidenziare facilmente ogni eventuale problema, paragonando la performance al database delle sue prestazioni passate. Questo permette di evidenziare possibili affaticamenti, problemi, e aree dove l’allenatore deve intervenire.

Un primo risultato: la diminuzione degli incidenti

Proviamo a fare un ragionamento pratico dell’utilità di una simile tecnologia. Leo Messi, il grande campione argentino, ha appena cambiato casacca, passando al Paris Saint Germain, e ricevendo un contratto astronomico che prevede uno stipendio di 41 milioni di Euro a stagione.

Se per ipotesi Messi avesse un infortunio in allenamento che lo tenesse fuori dai campi per un mese, immaginate quanto questo significherebbe per il club? Uno sportivo professionista, sia che giochi in team o in competizioni individuali, è un asset importante, e va valorizzato e protetto a ogni costo.

Le prospettive della tecnologia wearable

La tecnologia wearable è ancora da sviluppare, ma le prospettive sono molto chiare. Si tratta di un campo dove c’è tantissimo da fare, e le cui ricadute sulla società promettono di essere gigantesche.

Quindi, si tratta semplicemente di farsi la domanda giusta, che non è “se”, ma “quando”.

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Luca M.

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